L’HIV e la diagnosi di AIDS
La sindrome da immunodeficienza acquisita è definita dai Centers for Disease Control and Prevention (CDC) dalla presenza di anticorpi all’HIV verificata con il test e dalla presenza di una o più patologie definite infezioni opportunistiche, oppure da livelli di CD4 inferiori a 200 cellule/mm3. La Wasting Syndrome, che tecnicamente non è considerata un’infezione opportunistica e tre tipi di cancro (il linfoma non-Hodgkin, il sarcoma di Kaposi e e il carcinoma della cervice uterina) sono patologie che definiscono la diagnosi di AIDS in presenza di test positivo per gli anticorpi all’HIV.
Sin dalla sua identificazione nel 1984, l’HIV è stato legato, quale agente causale, all’AIDS.
La più recente messa a punto di tecniche di laboratorio quali la Polimerase Chain Reaction (PCR) ha consentito di individuare materiale genetico dell’HIV in persone con HIV o risultate sieropositive al test. Da uno studio condotto nel 1995 e che ha analizzato 230.000 persone con AIDS è emerso che 168 risultavano HIV sieronegative. Oggi è noto che la deplezione del sistema immunitario caratteristica delle fasi avanzate della malattia può causare la soppressione della produzione di anticorpi all’HIV.
Le teorie “dissidenti”
Sono molte le teorie cosiddette dissidenti che ritengono l’HIV non essere la causa dell’AIDS. Il capofila di questa ipotesi è Peter Duesberg che sin dal 1987 ha espresso, con ogni mezzo a sua disposizione, la convinzione che l’AIDS non sia causato dall’HIV ma da stili di vita – primo tra tutti l’abuso di sostanze stupefacenti - che causano il progressivo indebolimento del sistema immunitario. Secondo Duesberg non solo i farmaci antiretrovirali sono tossici, primo tra tutti l’Azt, ma assumendoli questa terapia causerebbe l’AIDS. Nel corso degli anni la posizione di Duesberg è rimasta immutata, ma sono cambiate le argomentazioni portate a suffragio: prima tra tutte il fatto che l’HIV quale agente patogeno non soddisferebbe i postulati di Koch, poiché non in tutte le persone con AIDS sarebbe rintracciabile l’HIV. Inoltre le evidenze epidemiologiche, a giudizio di Duesberg, mostrerebbero che esistono almeno due “tipi” di AIDS: nei paesi occidentali la malattia colpirebbe prevalentemente i gay, gruppo sociale che a suo giudizio fa ampio uso di droghe ricreazionali, quali i poppers, per migliorare le performance dell’attività sessuale, e l’effetto indotto da questo abuso sarebbe il progressivo indebolimento del sistema immunitario; nei paesi in via di sviluppo invece esisterebbe un altro AIDS che colpirebbe prevalentemente la popolazione eterosessuale: ma in queste nazioni è la povertà e lo scarso accesso alle strutture nonché, anche, l’abuso di sostanze stupefacenti. Provocatoriamente Duesberg si domanda se si è mai visto un “presunto” agente infettivo che fa queste differenze nello scegliere gli ospiti da infettare.
Ma mentre Duesberg, che pure è tra i massimi retrovirologi al mondo, è rimasto prigioniero del suo teorema, con l’effetto di vedersi negare il diritto di cittadinanza nella comunità scientifica, la scienza ha invece progredito fornendo chiarimenti e spiegazioni a sostegno del ruolo svolto dall’HIV nel causare l’AIDS
I postulati di Koch
Tra tutti i diversi criteri che vengono citati per dimostrare il legame tra un possibile agente patogenetico (ciò che causa la malattia) e la malattia, i più frequentemente citati sono i cosiddetti postulati di Koch, dal nome dello scienziato tedesco vissuto nella seconda metà del XIX secolo. In altri termini, si tratta di quattro affermazioni che devono essere dimostrate per provare che un certo microrganismo causi una particolare malattia.
Tali criteri sono ampiamente accettati e usati dalla comunità scientifica. Anche i ricercatori “dissidenti”, cioè coloro che come Peter Duesberg sostengono che l’HIV non sia la causa dell’AIDS, accettano che tali postulati, se soddisfatti, sono sufficienti a dimostrare il rapporto di causalità tra agente infettivo e patologia. Se nel 1987 Duesberg affermava che l’HIV non soddisfaceva tutti i criteri dei postulati di Koch, oggi, a distanza di 13 anni, i progressi della scienza e i livelli di comprensione dell’infezione da HIV sono tali che senza alcun margine di dubbio è evidente come tutti e quattro i seguenti criteri sono soddisfatti.
1. L’agente patogeno deve essere trovato in tutti i casi di malattia
2. Deve esser possibile isolare l’agente patogeno nell’ospite e farlo crescere in coltura, cioè in laboratorio
3. Trasferire l’agente patogeno in un ospite non infettato deve riprodurre la stessa malattia
4. Lo stesso agente patogeno deve essere isolabile nel nuovo ospite infettato
Dati conclusivi prodotti dalla ricerca
Circa il postulato 1, la tecnica della PCR consente di documentare la presenza di HIV provirale associata a cellule in persone con AIDS che sono state testate (il test per l’individuazione del DNA provirale è ancora sperimentale e non ha ancora ricevuto la registrazione della FDA). In precedenza, non essendo disponibile tale metodica era abbastanza difficile trovare il virus. Va aggiunto che combinando il test con PCR alla comune misurazione della carica virale si documenta la presenza di geni dell’HIV quali l’RNA nel sangue periferico, al di fuori delle cellule, in persone sieropositive al test degli anticorpi e che non sono in terapia antiretrovirale.
Va ricordato che mentre il test di misurazione di carica virale cerca il virus, test quali l’ELISA o il Western Blot cercano la presenza di anticorpi all’HIV per determinare lo status di sieropositività.
Circa il postulato 2, i progressi fatti nelle tecniche di colture cellulari in laboratorio hanno reso possibile far crescere l’HIV in vitro (in modelli di laboratorio) a partire da campioni di sangue ottenuti sia da persone con AIDS sia da persone sieropositive.
Gli ultimi due postulati, secondo i quali inoculando in un modello animale l’agente patogeno si dovrebbe verificare la stessa malattia riscontrata nell’ospite originario e conseguentemente allo sviluppo della malattia si dovrebbe poter isolare nuovamente lo stesso agente patogeno, sono stati soddisfatti da un esperimento condotto da Francis J. Novembre et al. dell’Emory University di Atlanta e pubblicato nel 1997 sul Journal of Virology. I ricercatori hanno verificato, a distanza di dieci anni dall’inoculazione dell’HIV in uno scimpanzè, lo sviluppo di un’infezione opportunistica che definisce la diagnosi di AIDS. Precedentemente allo sviluppo dell’infezione opportunistica nell’animale si era verificata una progressiva crescita della carica virale (HIV RNA) e un decremento dei livelli di CD4. Colture realizzate a partire da campioni di sangue dello scimpanzè sono risultate positive all’HIV, realizzando così la possibilità di isolare l’HIV nell’animale dopo che si è sviluppato l’AIDS. Un secondo scimpanzè che ha ricevuto una trasfusione di sangue dall’animale ammalato ha qualche tempo più tardi visto aumentare la carica virale (HIV RNA) e diminuire i CD4.
Prima della pubblicazione di questo lavoro nel 1997 il terzo e il quarto postulato non erano soddisfatti. Va detto che se a un pubblico laico l’evidenza che deriva da un solo scimpanzè potrebbe non sembrare sufficiente, per la comunità scientifica questo dato, posto in relazione con molte altre evidenze è assolutamente convincente.
Evidenze epidemiologiche di supporto
Molti report documentano che la trasmissione dell’agente patogeno HIV nell’uomo causa la stessa malattia, cioè l’AIDS, e in queste seconde persone è sempre possibile isolare nuovamente l’HIV.
A titolo esemplificativo, almeno tre operatori di laboratorio hanno sviluppato l’AIDS a seguito di un esposizione accidentale a concentrazioni di HIV sul posto di lavoro. In tutti e tre si è verificata l’immunosoppressione e le correlate infezioni opportunistiche che fanno seguito all’infezione da HIV. Il virus è poi stato isolato, sequenziato e si è dimostrato che l’infezione era causata da quel ceppo virale cui sono stati esposti accidentalmente in laboratorio.
Lo sviluppo di AIDS, a partire dall’avvenuta sieroconversione all’HIV, è stata ampiamente osservata in ampie fasce di popolazione quali, ad esempio:
- casi dovuti a trasfusioni di sangue in adulti e bambini
- emofilici che hanno ricevuto emoderivati
- partner sessuali monogami di questi stessi emofilici
- operatori sanitari che accidentalmente si sono punti con aghi infetti
- trasmissione materno-fetale
- i rarissimi casi di trasmissione a pazienti da parte del dentista sieropositivo (il caso di Kimberly Bergalis in Florida)
Anche in mancanza di una completa chiarificazione dei meccanismi molecolari che sovraintendono all’infezione da HIV, tutti e quattro i postulati di Koch sono stati soddisfatti e quindi è definito il nesso di causalità tra HIV e AIDS.