Cronache dell'Aids

La lingua dello sviluppo (e dell’HIV)

Parole come sviluppo,malattia e cura esprimono idee e concetti che acquisiscono significati diversi a seconda dei diversi contesti culturali in cui vengono pronunciate. 
Le differenze linguistiche e culturali devono essere considerate la ricchezza e il fulcro su cui fare leva per impostare politiche di prevenzione efficaci, perché comprensibili e accettabili presso i territori destinatari dei diversi progetti.  
Paracadutare nei territori e nelle popolazioni destinatarie dei “progetti allo sviluppo” concetti, iniziative e pratiche del quotidiano che non tengano conto delle differenze di lingua e di significato significa adottare un pensiero unico che condanna all’inefficacia ogni iniziativa, per quanto nelle intenzioni possa essere positiva. 
 

  • Lingue differenti
  • Linguistica dello sviluppo?
  • Sviluppo endogeno: Joseph Ki-Zerbo
  • Sviluppo contagioso?
  • Latouche, il M.A.U.S.S. e la proposta della decrescita
  • Sviluppo: troppo difficile da dire
  • Nord e Sud: diagnosi antropologica dell’HIV e tailoring dell’AIDS
  • HIV iconoclasta della modernità

 
 
 

  • Lingue differenti

In un interessante articolo pubblicato su Le Monde lo scorso 8 gennaio 2009 a proposito del libro curato da  Henry Tourneux “Langues, cultures et développement en Afrique”,(éditions Karthala), Pierre  Le Hir rende conto di come le barriere linguistiche e culturali rendano inefficaci i programmi per lo sviluppo e le politiche di prevenzione.  
L’articolo –tradotto in Italia su Internazionale del 16 gennaio ma non scaricabile dal pur bel sito della rivista (http://www.internazionale.it/sommario/?issue_id=372 )- passa in rassegna con rapidità ed efficacia le difficoltà linguistiche e le differenze di significato che possono generare indifferenza o peggio ancora diffidenza e ostilità presso le popolazioni destinatarie nei confronti di progetti occidentali di aiuto allo sviluppo: “In lingua Peul ‘contraccezione” si può tradurre con ‘sbarrare la strada ai bambini’. Naturalmente un messaggio così piace poco alla gente. Ma se si usa un’espressione ripresa dall’agricoltura, che significa ‘distanziare le piantine di sorgo al momento del trapianto’, riceve un’accoglienza migliore”. A parlare così è Henry Tourneux, curatore del libro, esperto  di lingue e culture africane al CNRS (il CNR d’Oltralpe) e specialista dei sistemi sanitari africani presso l’IRD (istituto di ricerca per lo sviluppo francese).  
Da sempre Tourneux si batte perché “la questione del linguaggio sia riconosciuta come una delle chiavi dei programmi per lo sviluppo”, spiega Le Hir nel suo articolo. Quali che essi siano, “gli operatori dei programmi di sviluppo –spiega Tourneux- di solito adottano una comunicazione dall’alto al basso. I progetti, concepiti in inglese o in francese, sono comunicati sul posto con l’aiuto di interpreti spesso reclutati all’ultimo momento. Questo sistema si scontra con i problemi di comprensione, legati sia ai termini da usare sia alle diverse rappresentazioni culturali e simboliche”.  
 

  • Linguistica dello sviluppo

Di queste difficoltà Tourneux è stato testimone diretto in numerosi progetti e campagne occidentali proposte in Africa. Tra queste, si cita nell’articolo, una campagna sulle malattie a trasmissione sessuale  lanciata dalla Unione Europea in Burkina Faso, Camerum e Mali. Questo progetto conteneva indicazioni sanitarie formulate in francese. Le difficoltà di traduzione per tematiche sulle quali pesa un forte tabù non erano state prese in considerazione, con la conseguenza che le raccomandazioni per la salute erano rimaste lettera morta. “In Africa le lingue locali sono le più adatte per diffondere su grande scala le informazioni sulla salute, la prevenzione delle malattie, l’agricoltura o l’allevamento”, conclude Tourneux. 
La ricchezza linguistica dell’Africa è nota: nel continente nero si contano circa i due terzi delle lingue parlate nel mondo, ma è anche il continente linguisticamente più frammentato, come riporta Le Hir raccogliendo a tal proposito quanto dice Manadou Lamine Sanogo, capo del dipartimento di linguistica dell’Istituto delle scienze della società di Ouagadougou in Burkina Faso. In Camerun vengono usate correntemente 260 lingue,  alcune sovraetniche -cioè diffuse oltre la comunità di origine- altre invece il cui uso è molto ristretto. La tentazione di usare una lingua “unitaria” come inglese o francese è fortissima. Ma se si vuole che “le popolazioni partecipino all’elaborazione e alla realizzazione dei progetti è indispensabile ‘comunicare nella loro lingua (NdR. ad analoghe conclusioni erano giunti i lavori presentati al congresso Mondiale AIDS di Città del Messico da Michela Martini dell’IMO, dei quali abbiamo detto nello speciale immigrati -link) e secondo i loro codici culturali, si augura Tourneux che –conclude l’articolo di Le Monde- vorrebbe creare dei corsi di ‘linguistica dello sviluppo’ ”. 
 

  • Lo sviluppo endogeno: Joseph Ki-Zerbo

Di certo comunicare nella stessa lingua del destinatario dei propri messaggi è fattore critico di successo. Ma, riferendoci all’Africa in che modo è corretto usare la parola “sviluppo”? se si vuole approfondire la questione in termini anche linguistici, che significato ha la parola “sviluppo” per un africano? E ancora: sviluppo è un concetto libero da connotazioni “polemiche e ideologiche? 
Una risposta importante ce la dà un grande africano recentemente scomparso (http://www.unimondo.org/Notizie/Archivio/Africa-morto-Ki-Zerbo-lo-storico-dell-Africa-nera), il più grande intellettuale del Continente: Joseph Ki-Zerbo (http://it.wikipedia.org/wiki/Joseph_Ki-Zerbo)  –che, come è stato scritto, è per molti africani e l’Africa è un modo di andare alle fonti della propria identità.  
Vita avventurosa e ricchissima di esperienze (e di sofferenze) quella di Ki-Zerbo che, oltre ad essere intellettuale finissimo e autore dell’Histoire générale de l'Afrique , pubblicata nel periodo in cui era membro del consiglio dell’UNESCO, è stato uomo politico profondamente coinvolto nelle vicende del suo paese, il Burkina Faso. 
Ki-Zerbo nel 1980 fondò il Centro studi per lo sviluppo africano e sulla base di una attenta analisi critica dell'imperialismo conia il concetto di sviluppo endogeno.   
Gran parte delle sue energie Ki-Zerbo spese proprio ad approfondire e definire modelli originali di sviluppo e per questi studi nel 1997 ottenne il Right Livelihood Award, una sorta di premio Nobel alternativo istituito nel 1980 da Jakob von Uexkull.  Il premio nasce come riconoscimento agli sforzi compiuti da persone e gruppi, in particolare del Sud del mondo, per una società migliore e un'economia più giusta (http://www.rightlivelihood.org/) . 
In uno dei pochi libri disponibili in lingua italiana, Ki-Zerbo dice:” La parola ‘sviluppo’ è stata lanciata dagli americani dopo la seconda guerra mondiale. Ai tempi di Voltaire, questa parola non esisteva. Come si dice ‘sviluppo’ nelle lingue africane? La parola così come è non esiste, ma l’idea si. Lo sviluppo, inteso come un fenomeno endogeno, si trova in ogni parte del mondo. Si può avvicinare la parola ‘sviluppo’ e l’idea di accumulazione. Ma bisogna capire l’accumulazione nella sua totalità come un blocco integrato: tanto in beni e servizi che in valore sociale. Così concepito, tutti cercano uno sviluppo a titolo individuale e collettivo. Per esempio nella mia lingua materna (il san), quando s fa un augurio a qualcuno si dice: ‘che dio aggiunga qualcosa a quello che abbiamo!’. È un desiderio molto comune che indica come la nozione di accumulazione, di addizione dei beni, esista nella tradizione africana, ma non esattamente nel senso capitalista” (Joseph Ki-Zerbo, “A quando l’Africa? Conversazioni con René Holenstein, Editrice Missionaria Italiana, Bologna 2005, p. 134) 
Lo stesso concetto Ki-Zerbo lo riformula in una conversazione più recente, svoltasi poco prima della sua morte, e riportata su http://www.criticamente.it/PrintArticle2351.html . Dice Ki-Zerbo: “Il contagio dei principi del neoliberalismo è oggi tale che molti cercano di vivere gli effetti della crescita degli altri, cercano di vivere gli effetti della democrazia degli altri, mentre non si sviluppa un sistema autonomo, endogeno, di sviluppo di questa democrazia. La stessa parola ‘sviluppo’ chiede di essere rivisitata, rinnovata, perché il termine non esiste in molte lingue africane. C’è bisogno di una riflessione autonoma per ribattezzare questa e altre idee. Gli intellettuali sono finiti ai margini della crescita mentre dovrebbero essere associati alla costruzione di un sistema integrato per la democrazia in Africa; anzi non tanto la democrazia in Africa quanto una democrazia africana”. 
 

  • Lo sviluppo è contagioso?

Ki-Zerbo usa la parola “contagio” che fa riferimento a un’infezione, a uno scambio o un micro racconto. 
“Il contagio è un micro racconto che si basa sull’esistenza di almeno due attori – persone, gruppi, idee, gusti, emozioni, concezioni del mondo- che con modalità diverse ed effetti tutti da scoprire entrano in comunicazione reciproca” (L. Barcellona e C. Rampoldi, Introduzione, in G. Manetti, L. Barcellona, C. Rampoldi (a cura di) Il contagio e i suoi simboli, volume 1, Edizioni ETS, Pisa  2003, p.11) 
“La crescita, in effetti, - scrive Serge Latouche- è stata ad un tempo un virus perverso e una droga. Majid Rahnema (Quand la misère chasse la pauvreté, Fayard/Actes Sud, Parigi-Arles, 2003)  afferma giustamente: «per infiltrarsi negli spazi locali, il primo Homo oeconomicus aveva adottato due metodi che non possono che ricordare l'uno l'azione del retrovirus HIV e l'altra i mezzi impiegati dai trafficanti di droga» http://www.decrescita.it/modules/article/view.article.php/9
 

  • Latouche, il M.A.U.S.S. e la proposta della decrescita

A parlare così è Serge Latouche  (http://it.wikipedia.org/wiki/Serge_Latouche) , avversario dell’”occidentalizzazione” del mondo e fautore del localismo. Economista, filosofo, è noto per i suoi lavori di ampio respiro disciplinare (difficile chiuderli in un unico “genere”). Latouche è professore emerito di Scienze economiche all'Università di Parigi XI e all' Institut d'Études du Devoloppement Économique et Social (IEDS) di Parigi. 
Volendo sintetizzare il pensiero di Latouche, la sua è una critica radicale nei confronti dell’economia intesa in senso formale –analisi e scelta di mezzi scarsi per raggiungere un fine- sostenendo invece un concetto di economia sostanziale (che deriva dal concetto di economico sviluppato da Karl Polanyi –le cui opere sono pubblicate in Italia da Einaudi): attività in grado di fornire i mezzi sostanziali per mettere in grado le persone di soddisfare i propri bisogni. Da qui deriva la critica al concetto di sviluppo, e soprattutto l’approccio multidisciplinare che trova forma compiuta nella polemica antiutilitarista nelle scienze sociali.  
L’aproccio anti-utlitarista ha come suo portabandiera il M.A.U.S.S. Mouvement anti-utilitariste dans les sciences sociales –fondato da Latouche- che pubblica ormai dal 1981 una importante rivista http://www.revuedumauss.com/. Obiettivo della rivista e del movimento è quello di proporre prospettive inedite e non conformiste nelle discipline economiche, antropologia, sociologia e filosofia politica, criticando la prospettiva economicista nelle scienze sociali e il razionalismo strumentale nella filosofia morale e politica. 
Si devono a La Revue du M.A.U.S.S e a Latouche (infaticabile saggista e conferenziere: la maggior parte dei suoi libri sono pubblicati in Italia da Bollati Boringhieri) l’avvio e la sostanza di dibattiti cuciali per l’assetto del mondo contemporaneo. L’acronimo M.A.U.S.S.  vuole essere anche un riconoscimento alla figura e al lavoro di Marcel Mauss, antropologo e sociologo autore di saggi fondamentali come le tecniche del corpo e il saggio sul dono, quest’ultimo inteso come legame sociale, fatto che unisce i soggetti umani (entrambi i saggi di Mauss sono pubblicati in Italia da Einaudi).      
In “Decolonizzare l’immaginario”, (Editrice Missionaria Italiana, Bologna 2004, pp. 48-49), Latouche scrive: Scrive Serge Latouche 
“L’esperienza occidentale dello sviluppo economico ha inizio con la rivoluzione industriale in Inghilterra negli anni 1750-1780. L’idea di sviluppo implicala crescita economica, l’accumulazione del capitale, ed è legata a quelli che dopo Castoriadis si possono chiamare ‘significati immaginari sociali’ occidentali: il processo, l’universalismo, il dominio sulla natura, la razionalità quantificante etc. Si tratta di ‘ valori’ tipicamente occidentali non condivisi dalle altre società. Ed è inevitabile rimetterle in discussione per trovare una soluzione ai problemi del mondo” . 
http://www.youtube.com/watch?v=0UGV1b3H9h4&feature=related 
“Lo sviluppo non può essere diverso da ciò che è stato sin dall’inizio: l’Occidentalizzazione del mondo. Per realizzarla è necessaria una vera e propria conversione delle anime. Questa si ottiene con la forza bruta (la colonizzazione) o con la violenza simbolica (il miraggio di diventare ricchi e potenti come i bianchi) seguita dallo sforzo di annullare con tutti i mezzi le differenze con l’Occidente”. (Latouche, op cit p. 49) 
 

  • Sviluppo: troppo difficile da dire

A testimoniare le difficoltà a pensare e a dire sviluppo intendendo la stessa cosa a tutte le latitudini, ecco quanto scrive Latouche (op. cit., pp 49 e 51): 
“In molte civiltà (forse tutte), prima del contatto con l’Occidente il concetto di sviluppo era assente. In diverse lingue africane la stessa parola ‘sviluppo’ non ha nessun termine equivalente. Secondo Gilbert Rist ,“i Bubi della Guinea Equatoriale utilizzano un termine che significa nello stesso tempo crescere e morire, mentre i ruandesi costruiscono la parola sviluppo a partire da un verbo che significa marciare, spostarsi, senza che alcuna direzionalità particolare sia inclusa nella nozione”.  
“Questa lacuna- prosegue- non ha nulla di stupefacente; indica semplicemente che altre società non ritengono che la loro riproduzione sia dipendente da un accumulazione continua di saperi e di beni  che si presume rendano l’avvenire migliore del passato “ (G. Rist, Processus culturels et developement, IV Conferenza generale del EADI, Madrid, 1984, p.6.).  
Così nella lingua wolof si è cercato di ritrovare l’equivalente di ‘sviluppo’ in una parola che significa la voce del capo’.  
I camerunensi di lingua eton sono ancora più espliciti: parlano del sogno ‘del bianco’. La figura dello sviluppo non ha equivalenti in lingua moore e si traduce nel modo migliore con la frase tond maoodame d tenga taoor kend yinga: noi lottiamo affinchè sulla terra (nel villaggio) le cose vadano per il corpo (per me)’ (P. J. Laurent, Le don comme ruse. Antropologie de la cooperation au developement chez les mossi du Burkina Faso: la federation Wend-Ya, Louvaine, 1996, p. 228).  
Il colmo è raggiunto dal quechua, lingua in cui si è tentato di rendere l’idea di sviluppo con l’espressione “bel lavorare per la prossima alba”. 
 

  • Nord e Sud: diagnosi antropologica dell’HIV e tailoring dell’AIDS

In un capitolo intitolato “Disonorare lo sviluppo” contenuto nel bel libro “L’Africa in pista. Storia, economia e società” (Società Editrice Internazionale, Torino 2006) Jean Leonard Touadi –giornalista e docente presso le università di Bologna e Milano, nonché primo deputato nero nella storia della Repubblica Italiana- riprende le argomentazioni di Ki-Zerbo saldandole alla polemica nei confronti dello sviluppo proposta dal M.A.U.S.S. e da Latouche, arricchendole con la lettura dell’Enciclica di Paolo VI Popolorum Progressio
Scrive Touadi , citando Paolo VI: “Lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere autentico sviluppo, deve essere integrale, il che vuole dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo. Come è stato giustamente sottolineato da un eminente esperto ‘noi non accettiamo di separare l’economico dall’umano, lo sviluppo dalla civiltà dove si inserisce. Ciò che conta per noi è l’uomo, ogni uomo, ogni gruppo d’uomo, fino a comprendere l’umanità tutta intera’” (p. 54).  
E Touadi aggiunge: “Lo sviluppo che si esprime e si misura nella lingua dell’altro farà sempre dei figli del continente dei minorati, dei ritardatari nella scala pretestuosamente unica dello sviluppo dove la diversità è considerata come inferiorità o colpevole tara genetica”  
Touadì si è occupato di AIDS a lungo. Ricordiamo una sua eccellente relazione su “Attivismo e globalizzazione” al congresso HIV: da ieri in poi (http://www.biaids.it/sezTools/CongressiOnline/2006_roma.asp) che riascoltata oggi mantiene inalterata la sua forza e la sua efficacia.  
In un altro suo intervento scaricabile dalla rete e riferito alla questione AIDS Touadi imposta il suo discorso partendo da lontano, ricordando che le società africane sono spesso considerate dagli antropologi “società totalizzanti”, cioè realtà in cui non esiste la distinzione netta tra sacro e profano, visibile e invisibile, persone e natura.  
Secondo Léopold Senghor lo spazio culturale africano è uno spazio di comunione cosmica tra oggetti e umani. “In questo contesto –dice Touadi- la malattia viene vissuta come rottura di un equilibrio cosmico. Spesso infatti la cosiddetta diagnosi antropologica precede e sovente ritarda notevolmente la diagnosi della medicina moderna. Da qui la necessità di calare la diagnosi e la cura dell’HIV dentro il contesto culturale prendendo in considerazione tutte le valenze antropologiche ed etico-sociali che accompagnano e in-formano la relazione della persone africane alla malattia”. E prosegue: “l’obiettivo potrebbe essere per esempio quello della doppia diagnosi contemporanea: diagnosi antropologica e scientifica che coincidono e aiutano a contemplare la dimensione totalizzante della malattia”.  
Secondo Touadi occorre una “inculturazione funzionale della cura”, ancorando in modo profondo la “sua visione del mondo e l’urgenza della cura medicale in grado si salvargli la vita”. Una doppia attenzione, metodologica e di contenuto, che rende necessaria “una medicina transculturale, che parte dall’esigenza di guarire il corpo per abbracciare la cura della persona nella sua integralità”. 
Ma siamo sicuri che tutto questo serva solo agli Africani, cioè soltanto agli Altri-per-eccellenza e non invece anche a noi? Non ci sarà bisogno anche per noi di operare una “inculturazione funzionale della cura”, non foss’altro perché senza di questa alcun tailoring della terapia e verrebbe da dire della malattia (intesa come illness: esperienza soggettiva) è possibile? 
 

  • HIV iconoclasta della modernità

L’HIV appare nelle nostre società occidentali come l’iconoclasta, perché si manifesta con violenza distruttiva, in special modo contro le convenzioni sociali. 
In un mondo dominato dall’idea di un sviluppo lineare e sostenuto dall’ottimismo della tecnologia, difficilmente si sarebbe potuto ipotizzare una catastrofe più iconoclasta (cioè più diretta al cuore dei modi e delle forme con cui valori, sistemi di credenze, opinioni e forme del vivere associato) dell’avvento dell’HIV.  
Per quella sorta di ipoteca sul futuro in virtù della quale si riteneva remota la possibilità di un ritorno di epidemie di malattie infettive; perché i simboli della vita si trasformano in simboli della morte; perché in Occidente la visione del mondo e il percepito collettivo sono basati sulla potenza del sistema tecnico scientifico, il senso comune può così esser riassunto: tutte le questioni più importanti non sono soltanto risolvibili ma addirittura proponibili in questi termini.  
Certo, lo abbiamo cronicizzato, temporalmente domato, ma non risolto. E’ là silente solo perché abbiamo tappato le orecchie e abbassato un po’ il volume: ma l’HIV c’è, è là. 
Ecco allora, con le parole di Anthony Giddens, le radici quella crisi tutta moderna che l’HIV ci fa vivere, anche quando non ce ne rendiamo conto, anche quando sembra che non ci pensiamo: “noi non possediamo modi moralmente validi per affrontare la malattia, la morte, le crisi esistenziali della vita, perché sono stroncati alla radice dalla natura stessa del mondo in cui viviamo, che è appunto fondato sull’idea della tecnologia e del controllo”