Cronache dell'Aids

Esiste ancora l’altra parte del mondo?

Cosa stavamo facendo il 12 giugno 1981? Quanti di noi, se interrogati, saprebbero dare una risposta circostanziata e corretta? Proviamo a fare uno sforzo di memoria, o data la distanza che ci separa dal quel 12 giugno, di fantasia per cercare di ricostruire cosa ciascuno di noi stava facendo. E anche per misurare la distanza che concettualmente ci separa da quello che potevamo fare e quello che stiamo facendo. Una cosa su tutte è diversa: ora c’è l’AIDS e allora stava incominciando, come racconta la cronaca di quel 12 giugno al Claude-Bernard Hospital di Parigi.  
La cronaca “ospedaliera” di quel 12 giugno 1981 la trascrivo da “And the band played on”, il bellissimo libro sui primi anni dell’epidemia di AIDS che ha scritto Randy Shilts, giornalista del San Francisco Chronicle, dall’inizio testimone e narratore sulle colonne del suo giornale  della pandemia (il libro arriva al 31 maggio 1987 ed è stato editato nello stesso anno dalla St. Martin Press): una cronaca serrata e appassionante che dura 630 pagine fatte di emozioni e di facce note per chi è un “anziano” del settore HIV/AIDS. 
A pagina 72 si legge: ”Il gay era arrivato all’ambulatorio del dottor Willy Rozenbaum accusando una grave perdita di peso e respiro corto. Di nuovo Rozenbaum diagnosticò una Pneumocystis, perplesso allo stesso modo comelo era stato con l’autista di taxi portoghese, l’impiegato delle linee aeree zairesi e la donna francese che per un certo periodo di tempo era stata in Africa Centrale. La posta del pomeriggio recapitò il Morbidity and Mortality Weekly Report che descriveva l’epidemia di polmonite a Los Angeles. Questo fatto era correlato con l’uomo che aveva visitato il mattino. Rozenbaum lo sapeva, e ci poteva essere solo un’unica spiegazione. Non poteva esserci nulla nell’ambiente; Los Angeles era virtualmente dall’altra parte del mondo. Doveva per forza  trattarsi di un nuovo agente infettivo” 
La luna citazione si giustifica per almeno tre ragioni: perché per fare chiarezza, sei mesi dopo, Rozenbaum chiamò un medico cinquantenne ad indagare sulla possibilità che vi fosse un nuovo patogeno: quel medico era Luc Montagnier, quest’anno premiato con il Nobel insieme a Francoise Barré-Sinussi per la scoperta dell’HIV; perché Shilts, per descrivere lo stato d’animo del dr Rozenbaum, usa il termine baffled, che significa perplesso, sconcertato ma anche sconfitto: un termine molto corretto per descrivere quegli anni; perché all’epoca, all’inizio della pandemia da HIV il mondo era più grande “Los Angeles was virtually on the other side of the world”; perché da allora il mondo non sarebbe più stato lo stesso, coinvolgendo tutti in uno stesso destino planetario: sia me che stavo a pesca, sia Rozenbaum che era in ospedale, sia Montagnier che ancora non sapeva che si sarebbe occupato di una nuova malattia. 
Mi vengono in mente quanto ha scritto Adam Levin, attivista sudafricano: “Non importa se sei sieropositivo o negativo. È il mondo che ha l’AIDS, e ce l’hai anche tu, se del mondo te ne freghi”. Il libro di Adam Levin si intitola “AIDSafari” (url. http://www.aidsafari.com/ ; una intervista ad Adam Levin relativamente al libro sta http://www.mambaonline.com/article.asp?artid=444 ). 
Ho letto per la prima volta di Adam Levin nell’interessante saggio di Jean Comaroff “Oltre la politica della nuda vita. L’AIDS e l’ordine neoliberista” pubblicato in Antropologia 2006, anno 6 numero 8 (pp 51-70), annuario diretto da Ugo Fabietti, pubblicato da Meltemi e interamente dedicato alla Sofferenza Sociale. Jean Comarof è Benard E. & Ellen C. Sunny Distinguished Serviced Professor of Anthropology and of Social Science all’Università di Chicago. Le sue ricerche, condotte in Sud Africa e in Inghilterra sono state incentrare su temi del colonialismo, della modernità del rituale e del potere. Più recentemente si è interessato di sovranità di stato e ordine pubblico nei contesti post-coloniali. 
L’AIDS, scrive Comaroff, ha segnato un cambiamento epocale. Ha “avvolto in una cappa premoderna i piaceri dell’emancipazione, i desideri moralmente liberi che infiammavano le avanzate società del consumo”e per deviare la barbarie che erompeva al proprio interno, ha cercato di nettarsene indirizzandola “sul suo altro più persistente: l’Africa” continente di smodatezze. L’AIDS “rappresentò il ritorno del represso, del soppresso e dell’oppresso” trasforma dosi preso in “una sfida al sapere biomedico” dando il via “alla costruzione di una valanga di miti” o se si preferisce a “un’epidemia di significati” esplosa al giro di boa del secolo e del millennio: “L’AIDS ha aperto un varco terrificante e assoluto, e ha offerto la prospettiva di un nuovo ordine di referenti e una diversa semeiotica dell’appartenenza e dell’alienazione. Per esprimere insicurezze sconosciute: la vulnerabilità nei confronti di un pericolo invisibile che viaggia sotto soglia radar in forma di ombre di questo o di quell’altro genere capaci di attraversare le frontiere tra le specie e i continenti in un epoca di scambio libero, anzi accelerato, e di confini porosi”.  
Sostanzialmente l’AIDS nel mondo occidentale configurava i contorni di un nuovo ordine del terrore che si sostituiva a quello naufragato della Guerra Fredda “con invasori amebici e privi di territorio, intenti a sabotare il nostro sistema immunitario e tuttavia coesistenti con noi in una simbiosi mortale” che di lì a poco avrebbe innescato reazioni violente a violenza.  
“Tutto questo –scrive la professoressa Comaroff- suggerisce che l’AIDS ha riscritto le coordinate geopolitiche globali entro le quali pensiamo e viviamo”. In altri termini l’HIV è andato più veloce e si è diffuso più rapidamente sul pianeta rispetto alle nostre capacità di formulare un quadro teorico di riferimento per pensare e concettualizzare i mutamenti indotti dall’AIDS. Quello che in modo diretto e comprensibilmente rabbioso ha espresso Adam Levin: è il mondo che ha l’AIDS. 
Nella geografia post-moderna, preda di numerose perturbazioni l’AIDS complica ancor di più i sistemi di orientamento e catalogazione di luoghi tempi e spazi. “L’epidemia è selvaggiamente cosmopolita, ostenta dinamiche di intimità che trascendono il luogo specifico e connessioni che attraversano riconosciute linee di differenza e proprietà. Ma ha anche riportato in vita vecchi spettri, mettendo all’indice le popolazioni affette dalla patologia e cristallizzando ansie e contraddizioni latenti. Ciò ha reso più profonde, e planetarie, le divisioni economiche e morali che già esistevano. Apparsa in un momento di ristrutturazione radicale degli assi di un mondo bipolare, dello Stato-nazione e dei meccanismi stessi del capitalismo, la malattia è stata, a un tempo segno e vettore della globalità di un nuovo ordine-in-formazione”. 
Una sincronizzazione globale dalla quale nessuno di noi è fuori, a prescindere dalla consapevolezza che se ne ha, a prescindere da dove si viva e da cosa si faccia. Oggi non  esiste più nessun luogo “virtually on the other side of the world”.