Cronache dell'Aids

HIV e migranti: il caso Italia

Oltre 4 milioni gli immigrati in Italia: precisamente sono 4 milioni e 328 al 1 gennaio 2008, con un incremento rispetto al 2007 di 346 mila unità e la stragrande maggioranza ha il permesso di soggiorno (3.677.000). Questo il dato centrale del XIV rapporto sulle migrazioni 2008 presentato a Milano dalla Fondazione ISMU (http://www.ismu.org/ISMU_new/index.php?page=131#
Il rapporto stila anche una sorta di classifica delle nazionalità: i più numerosi sono i romeni, (625 mila, più 82,7% rispetto al 2007) seguono poi nell’ordine albanesi (402 mila), marocchini (366 mila), cinesi (157 mila) e ucraini (133 mila). I minori figli di immigrati sono 767 mila, di cui 457 mila nati in Italia 
Anche a scuola si registra un aumento degli alunni stranieri 574.133 che nell’ anno scolastico 2007/2008 sono stati 70 mila in piu' rispetto al precedente. 
Sul fronte del lavoro l’INAIL indica in circa 3 milioni gli assicurati tra la popolazione immigrata: non solo il 65,7% ha un posto di lavoro, ma sempre più numerosi sono gli immigrati che fanno carriera all’interno delle imprese giungendo a ricoprire cariche sociali (384 mila, il 145,6% in piu' rispetto al 2000 quando erano solo 156 mila). Molti coloro che diventano imprenditori: le ditte individuali sono 258 mila, mentre nel 2007 erano 85 mila. 
Sul fronte della criminalità nel 2007 il 35% delle segnalazioni di reati ha riguardato gli immigrati. In carcere su 55.057 detenuti (al 30 giugno 2008), 20.617 sono stranieri, pari al 37,4% della popolazione carceraria. 
Se per i numeri il rapporto della Fondazione Ismu (è assolutamente esaustivo, una analisi del flusso migratorio all’interno della globalizzazione che stiamo vivendo la possiamo trovare nell’interessante saggio di Massimo Livi Bacci “ migrazioni e disegualianze: un intreccio complesso” pubblicato su Italianieuropei (pp. 97-103, 4-2008) (www.italianieuropei.it). Scrive Livi Bacci: “Dal punto di vista degli effetti sul fenomeno migratorio, la seconda globalizzazione – quella dell’ultimo mezzo secolo – ha avuto caratteristiche molto differenti da quella di un secolo prima. Essa ha infatti operato per contenere l’interscambio del fattore produttivo lavoro, ponendo barriere alla mobilità migratoria. La seconda globalizzazione, inoltre, non ha contribuito ad avvicinare gli standard di vita dei paesi coinvolti, e quindi non ha agito, come era avvenuto con la prima globalizzazione, da strumento di lotta alla povertà di massa”. 


Con la lucidità che solo uno scrittore di fantascienza può avere –e nello specifico, uno scrittore recentemente scomparso che di formazione era medico- Michael Crichton (http://www.michaelcrichton.net ), in “Stato di paura” (Garzanti) scrive:  “Nell’ultimo secolo l’aspettativa media di vita è aumentata del 50%. Eppure la gente moderna vive nella paura. Hanno paura degli stranieri, delle malattie, del crimine, dell’ambiente. Hanno paura delle case in cui vivono, del cibo che mangiano, della tecnologia che li circonda. Sono terrorizzati in particolare da cose che non possono vedere – germi, sostanze chimiche, additivi, inquinanti.”   
L’HIV è una di queste paure, e molto spesso si salda ad altri territori a cui nel “protetto” Occidente si guarda con timore e allarme. Come tutte le catastrofi epidemiologiche l’AIDS infatti costituisce un banco di prova dei poteri che si ritenevano a riparo da una tale esperienza, osservano Daniele Carricaburu e Marie Menoret  (“Sociologia della salute”, Il mulino, Bologna 2007, pag 167 e segg): l’irruzione dell’AIDS nelle società occidentali ha non solo messo a soqquadro il settore sanitario, ma ha anche “indotto a ricomposizioni che travalicano ampiamente i confini di tale settore per debordare nelle sfere del sociale e del politico”.  Tra queste rientra la questione del “legame” tra AIDS e immigrazione, che gli autori del libro fanno rientrare “nel registro dell’indicibile”, sualla scorta dell’interessante saggio di Daniel Fassin (L’Indicible et l’impensé. La question immigrée dans les politiques du sida”, in Scieces sociales te santé, 17 (4), pp 5-36). In Francia questa indicibilità fa si che solo dal maggio 1999 vengono pubblicate le statistiche che mettono in relazione AIDS e “popolazione straniera”: “questo rapporto segna una duplice rottura perché da una parte fornisce un’informazione che autorizza un dibattito basato su statistiche e non su semplici voci; d’altra parte, gli stranieri vi appaiono come vittime tangibili di questa epidemia, il che solleva la questione delle condizioni sociali della loro esistenza e dei loro diritti in materia sanitaria” (Carricaburu-Menoret, p. 170). 
In Italia i dati del Centro Operativo AIDS (http://www.iss.it/pres/prim/cont.php?id=940&lang=1&tipo=6) riportano circa 1400 nuovi casi di AIDS il 20% dei quali a carico della popolazione straniera. 
I flussi migratori quindi ritornano prepotentemente al centro della questione e della paura. Ma è giustificata questa paura?  
Nel 2008, in occasione del congresso mondiale AIDS di Città del Messico per la prima volta la questione migranti ha guadagnato un proprio spazio all’interno del programma dei lavori congressuali. "International Labour Migration and HIV: Emerging Issues" e "Sex by the Side of the Road: HIV Vulnerability along Road Transport Corridors in Africa" http://www.iom.int/jahia/Jahia/pbnAM/cache/offonce?entryId=18018 : queste le due sessioni organizzate dall’Organizzazione Mondiale per la Migrazione (www.iom.int).  
Ma anche l’Italia ha avuto il suo spazio in questo ambito, giacchè che ha finanziando uno studio svolto dall’IOM e ha presentato ben tre lavori al congresso  
(link agli abstract:"M.Martini, et al. A behavioral study to support the evidence-based HIV prevention strategy among migrant population in Italy. : AIDS 2008 - XVII International AIDS Conference: Abstract no. TUPE0247"http://www.iasociety.org/Default.aspx?pageId=11&abstractId=200716934 
"M.Martini, et al. HIV prevention and migrants in Italy: the role of migrants’ associations and those dealing with HIV&AIDS. : AIDS 2008 - XVII International AIDS Conference: Abstract no. TUPE1057"http://www.iasociety.org/Default.aspx?pageId=11&abstractId=200716935 
"M.Martini, et al. Evidence-based HIV/AIDS prevention strategy for migrants in Italy. : AIDS 2008 - XVII International AIDS Conference: Abstract no. CDC0889"http://www.iasociety.org/Default.aspx?pageId=11&abstractId=200716936).  
Primo autore dei lavori presentati è Michela Martini, coordinatore per l’IOM della questione salute e migrazione nell’area del mediterraneo.

 

Alla dottoressa Martini abbiamo chiesto di descriverci il lavoro da lei svolto. 
Lo studio –che ha generato i tre lavori presentati a Città del Messico- è il risultato del primo anno di attività, si chiama Prisma  (Progetti di intervento per una strategia modulare Aids: stranieri) ed è stato condotto dall'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Iom) e finanziato dal ministero del Welfare attraverso il dipartimento per la Prevenzione

 

 

Per la prima volta hanno un volto gli immigrati che in Italia sono più esposti al rischio di contrarre il virus Hiv. Sapere quali caratteristiche hanno gli immigrati più esposti al rischio è importante per capire come mai in Italia 70% di coloro che scoprono di essere sieropositivi nel momento in cui ricevono la diagnosi di Aids sono immigrati.ù

 

 

I più a rischio sono gli uomini che hanno lasciato la famiglia nel loro Paese di origine, che non conoscono la lingua, non sono scolarizzati e sono arrivati in Italia da meno di un anno.  
L'ipotesi è che fra gli stranieri ci sia un numero di casi di sieropositività sommersa, difficile da stimare. In questo contesto le associazioni di immigranti potrebbero svolgere un ruolo importante: lo hanno dimostrato agevolando il reclutamento delle persone per poter somministrare i questionari che hanno costituito la base documentale del lavoro, ma anche per poter poi veicolare messaggi informativi corretti (“il ruolo delle associazioni di migranti e di quelle di lotta contro l’AIDS”).

 

 

A tal proposito lo studio Prisma ha voluto valutare i materiali  utilizzati per raggiungere questi settore di popolazione, per poter impostare anche sul piano della prevenzione un approccio evidence-based, come spiega Michela Martini che sostiene l’opportunità di "potenziare le azioni di informazione dal momento in cui gli immigrati arrivano in Italia, e ancora più importante è iniziare le campagne dal loro Paese di origine, prima che partano".

 

 

Due dati importanti emergono dallo studio: le persone coivolte nello studio gradirebbero di poter usufruire della possibilità di accedere volontariamente al test, sottolineando però l’assoluta necessità di contrastare lo stigma che è il principale ostacolo alla formulazione della richiesta di aiuto.

 

 

Complessivamente, ha aggiunto la Martini, sulle condizioni di salute degli immigrati "non ci sono dati allarmanti” tali da giustificare test anti-Hiv a tappeto. C’è invece l’opportunità di approcciare queste persone con la consapevolezza che esistono codici diversi che definisco il concetto di cura e che hanno un impatto diretto anche sulla modalità di relazione medico-paziente.

 

 

Gli studi presentati dall’IOM e finanziati dal governo italiano si collocano sul piano epidemiologico. Sul fronte della clinica –riferita alla gestione del paziente migrante sono Raffaella Rosso e Antonio di Biagio della clinica delle malattie infettive del San Martino di Genova a raccontare la loro esperienza di medici, in un contesto organizzativo che ha scelto di prendere in carico complessivamente la famiglia con AIDS, cioè congiuntamente bambini e genitori con HIV/AIDS.

 

 

La questione migranti e patologie infettive è stata al centro di una sessione al VII Congresso Nazionale Simit di Bergamo (http://www.simit.org/Formazione/HighlightsCongressi.aspx?idh=50)  che ha suscitato grande interesse. In modo particolare la relazione di Aldo Morrone , incentrata sul concetto di povertà intesa come patologia trasmissibile sebbene non infettiva, ha contribuito a delineare il fenomeno dal punto di vista del medico pratico 

Due poster inoltre hanno contribuito a definire l’identikit delle persone straniere con infezione da HIV: uno orientato a definire le caratteristiche socio-demografiche e comportamentali, l’altro più incentrato sugli aspetti epidemiologici, mostrando chiaramente come buona parte delle persone migranti contragga l’infezione nel nostro Paese.