L’11 febbraio del 1988, quando ha l’idea di scrivere “Giusto la fine del mondo” Jean Luc Lagarche non sa ancora di essere sieropositivo. Da qualche tempo, si legge nel suo diario, ha in testa l’idea di un lavoro teatrale breve. Forse un atto unico che indica provvisoriamente con il titolo “Gli addii” o “Gli addii noncuranti” e che racconta la storia di un giovane uomo che dopo molti anni decide di tornare a trovare la sua famiglia di origine. Sa di essere prossimo a morire e spera di trovare nei suoi parenti e nei suoi affetti un sostegno e un conforto alle paure e alle angosce che lo travolgono.
Probabilmente, agli inizi per Lagarche questo era solo un pretesto per mettere in scena la precarietà dei rapporti umani, anche all’interno della famiglia. L’eterna difficoltà di comunicare apertamente i propri sentimenti. Il disagio o forse l’impossibilità di aprirsi ad un dialogo pieno e sincero con gli altri.
Qualche mese più tardi però, quando apprende lui stesso di essere sieropositivo, la storia che voleva raccontare diventa inevitabilmente anche lo specchio della sua storia personale. Si carica di umori, di emozioni, di pensieri appena accennati e poi subito rimossi o negati. Si snoda come un brano musicale pieno di esitazioni, ripensamenti, di brusche interruzioni. Si insinua con grande delicatezza e discrezione nei meandri di una vicenda minima e privata che però non trova mai il modo di compiersi.
Quando Louis torna a casa, cerca di parlare con sua madre, con sua sorella con suo fratello. Con la cognata che non ha mai conosciuto. Vuole confidare il suo problema. Raccontare della sua malattia. Della morte che lo attende tra breve. Ma non ci riesce. Davanti a lui c’è come un muro di parole, di rancori, di sconcerti. E’ stato via molti anni ed evidentemente non sono bastate a ridurre la distanza e il distacco le poche cartoline illustrate che ha spedito loro di tanto in tanto con qualche parola vergata frettolosamente sul retro.
Il ritorno improvviso e imprevisto riaccende vecchie discussioni. Polemiche mai sopite o dimenticate. Nessuno si chiede perché è andato via né perché è tornato. Tutti cercano invece di parlare di se stessi. Del loro disagio per la sua assenza. Di come hanno trascorso il loro tempo e la loro vita mentre lui non c’era.
E nel discorso teatrale, che si snoda per monologhi, le parole diventano sempre più aspre e si trasformano in rimproveri che si alimentano a loro volta di malintesi e sottintesi. Sotto lo sguardo di una madre piena di ammirazione ma completamente incapace di capire suo figlio, si intrecciano e si susseguono le recriminazioni rancorose degli altri componenti della famiglia. Della sorella Susanna che non riesce a riconoscere nel fratello che ha di fronte l’immagine modello che di lui si è costruita durante la sua assenza. Del fratello Antonio che gli rimprovera di averlo lasciato da solo a seguire la loro madre. Della cognata Caterina che oscilla tra la condivisione del disagio espresso da suo marito Antonio e il tentativo di trovare una posizione più neutra ed obiettiva nel dibattito famigliare.
Ciascuno, a suo modo, cerca di recuperare il tempo perduto. Di mettere in campo i propri sentimenti frustrati senza però mai riuscire ad elaborarli compiutamente. Ne risulta un testo pieno di digressioni, ripetizioni. Di verbi coniugati al presente e reiterati in modo quasi ossessivo al passato, al futuro e poi ancora al presente. Parole che si muovono incerte. Che si ripercuotono sui loro stessi significati.
Sono emozioni profonde quelle che Lagarche mette in campo. Così profonde che i personaggi quasi non riescono ad enunciarle. A superare lo distanza che separa il loro pensiero dall’enorme quantità di parole che sentono necessarie per verbalizzarlo in modo comprensibile.
Così mentre tutti i componenti della famiglia insistono nel loro affanno di esprimersi restando impigliati nelle difficoltà di collegare le emozioni con le parole, Louis si rinchiude sempre più nel suo silenzio e nel suo isolamento. E alla fine riparte senza essere riuscito a confidare il suo segreto. A trovare quello spazio relazionale minimo per comunicare il suo congedo definitivo.
Jean-Luc Lagarce è uno degli autori teatrali contemporanei più rappresentati in Francia. Nato nel 1957 a Montbeliard si trasferisce presto a Valentigney dove i suoi genitori lavorano come operai. A 18 anni, dopo il diploma, va a studiare filosofia all’Università di Besancon e contemporaneamente si iscrive al Centro di Arte Drammatica della città. Nel 1978 con altri studenti del suo corso fonda una compagnia di dilettanti che chiama “Teatro della Roulotte” e inizia la sua attività di regista e autore teatrale.
Quando nel 1995 muore di Aids, a soli 38 anni, è un regista abbastanza conosciuto in Francia per aver messo in scena diversi lavori di autori teatrali contemporanei ma è quasi sconosciuto come autore. Dopo la sua morte invece, cresce rapidamente l’attenzione del pubblico e della critica per la sua produzione che comprende numerose commedie e alcuni saggi. Oggi i suoi lavori sono tradotti in 25 lingue e messi in scena in diversi paesi del mondo.
In Italia la prima rappresentazione del lavoro teatrale di Jean Luc Lagarce è avvenuta il 27 gennaio 2009 al Piccolo Teatro Studio di Milano con la messa in scena dei “Pretendenti” per la regia di Carmelo Rifici e il 28 marzo del 2009 con “Giusto la fine del mondo” per la regia di Luca Ronconi.
Dott. Maurizio Marotta