Lotta tra virus? Il dubbio è che si tratti di una sorta di combattimento epico in cui chi soccombe sconti la pena del silenzio e dell’oblio - aggravata dalla legge dei numeri. Fatto sta che il 19 maggio si è celebrata in tutto il mondo la giornata mondiale di lotta contro le epatiti, grazie all’impegno coordinato di oltre 200 associazioni di tutto il pianeta raccolte nella World Hepatitis Alliance, ma per guadagnare l’attenzione alla “questione” è stato necessario denunciare il rischio che la pandemia di influenza suina assorbisse del tutto le attenzioni dei potenti della terra rispetto al fatto che nel mondo una persona ogni 30 secondi muore a causa dell’epatite.
E’ nell’ordine delle cose: la situazione critica è percepita quando è acuta e irrompe nel nostro quotidiano all’improvviso, assorbendo molta più attenzione rispetto a una condizione di tragica quotidianità, anche quando questa quotidianità è costituita da numeri impressionanti: sono oltre 500 milioni le persone che nel mondo vivono con il virus dell’epatite B o C.
Chi si occupa di AIDS sa bene come i riflettori dell’attenzione mediatica siano discontinui, così come sa che sono essenziali per mobilitare risorse economiche e cognitive a livello individuale e collettivo per contrastare efficacemente una patologia. E chi si occupa di AIDS conosce bene anche il peso e l’impatto dei virus responsabili delle epatiti. La coinfezione è una condizione clinica diffusa nella popolazione delle persone sieropositive e rende complesso il management dell’infezione da HIV. In Italia si stima che il 60% delle persone con HIV sia anche portatrice del virus dell’epatite C (HCV) e in quei paesi come il nostro, in cui gli antiretrovirali sono disponibili e accessibili, l’insufficienza epatica da epatite C è diventata una delle principali cause di morte tra le persone HIV sieropositive.
Queste ragioni (e questi numeri) sono alla base dell’appello lanciato da EpaC onlus (
http://www.epac.it/), associazione italiana di persone affette da epatiti che ha chiesto al governo di non sottovalutare la condizione di quanti vivono con l’HCV o l’HBV. L’allarme lanciato dall’associazione è stato diffuso lo scorso 18 maggio all’avvio dell’Assemblea mondiale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, la vigilia del World Hepatitis Day 2009: “L'Organizzazione mondiale della sanità potrebbe cancellare dall'agenda dell'Assemblea mondiale, al via oggi a Ginevra, un'urgente risoluzione sull'epatite virale che era stata inizialmente prevista in calendario. Ciò a causa degli sforzi richiesti per far fronte alla diffusione dell'influenza A", sottolinea l'associazione. Il rischio è lo slittamento al 2010 della discussione - già posta in agenda - della risoluzione “Proposal for the Establishment of a World Day for the Struggle against Viral Hepatitis and other issues relating to the Disease” il cui obiettivo è l’incremento degli sforzi di tutti i Paesi per combattere la malattia.
E’ assolutamente necessario fermare la diffusione della nuova influenza suina, ma secondo il presidente della World Hepatitis Alliance, Charles Gore, è necessario che i “decisori” della salute globale non ignorino la condizione di quanti nel mondo vivono con i virus dell’epatite: "L'epatite virale non ha mai goduto della giusta attenzione e le conseguenze sono state disastrose - ha detto Gore - se l'Assemblea mondiale della salute deciderà di posticipare la risoluzione sull'epatite virale, un milione di persone morirà prima che venga adottato un approccio coordinato dai leader mondiali".
Sulla situazione italiana invece si è soffermata la nota di EpaC onlus, che per voce del suo presidente Ivan Gardini ricorda come la nostra nazione sia tra i Paesi occidentali con il più alto tasso di mortalità: “In Italia si registrano oltre 20.000 decessi ogni anno per malattie del fegato, in larghissima parte causati da complicazioni dell'epatite e negli ultimi due anni tra i nostri associati sono aumentate in modo preoccupante le diagnosi di tumore al fegato, la necessità di trapianto epatico e i decessi".
Il ruolo delle infezioni nell’eziopatogenesi di numerosi tumori è nota da tempo: non scordiamoci che l’HIV fu individuato mentre si stava lavorando per valutare l’origine virale di alcuni tumori. E un report pubblicato di recente su Lancet Oncology ci ricorda che c’è un’infezione dietro a circa il 18 percento dei tumori. In altri termini: quasi due milioni di casi di cancro l’anno sono causati da infezioni (senza che con questo si possa generare la suggestione che questi tumori siano contagiosi): HIV, HPV, Helicobacter Pylory e ovviamente i virus dell’epatite B e C sono tra i principali agenti infettivi classificati come cancerogeni per gli esseri umani e per i quali hanno rivalutato il rischio i 36 esperti provenienti da 16 nazioni per conto l'Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Veronique Bouvard e coll. “A review of human carcinogens- Part B: biological agents”, The Lancet Oncology,
Volume 10, Issue 4, Pages 321 - 322, April 2009). Nello specifico, l’infezione cronica da virus dell’epatite, a seguito dei meccanismi infiammatori attivati, può causare cirrosi e fibrosi e degenerare in tumore. Per quanto riguarda l’HCV inoltre esistono sufficienti evidenze per considerarlo causa di linfomi non-Hodgkin del tipo a cellule B.
Inoltre, un recente lavoro multicentrico pubblicato sul
Journal of Autoimmunity, che annovera anche numerosi siti di ricerca italiani, suggerisce l’ipotesi che l’HCV possa accendere le malattie autoimmuni: i sieri raccolti da 1322 persone affette da 18 diverse patologie autoimmuni - messi a confronto con i sieri di 236 persone di controllo provenienti dagli stessi Paesi - sono stati analizzati per verificare la presenza di anticorpi contro l’HCV, autoanticorpi e anticorpi contro vari agenti infettivi. L’8,7 percento delle persone affette da patologie autoimmuni è risultato positivo all’HCV rispetto al solo 0,4 percento dei soggetti sani. Per alcune malattie la prevalenza del virus è risultata ancora più elevata: tra queste la crioglobulinemia, le vasculiti, la tiroidite di Hashimoto e le MICI primo tra tutte il morbo di Crhon. Secondo i ricercatori il virus dell’epatite C potrebbe agevolare il processo che induce il sistema immunitario a non esser più in grado di riconosce come propri alcuni tessuti inducendo una sorta di
tilt che causa una lotta del sistema immunitario del soggetto che ne è affetto contro i suoi stessi tessuti.
Le epatiti costituiscono un ambito di ricerca vivo e in continua crescita e man mano che nuove evidenze si aggiungono a indicare la gravità di queste infezioni, di pari passo si fa strada la sensazione che non si sia prestata adeguata attenzione al problema. Queste le ragioni che sottendono all’appello che l’EpaC ha lanciato in occasione della giornata mondiale che si è celebrata il 19 maggio: “Da 10 anni a questa parte abbiamo fatto presente ad ogni nuovo governo a cosa si sarebbe andati incontro in assenza di interventi adeguati, - ha detto Ivan Gardini, presidente di EpaC - ma senza successo. Ci auguriamo che questo non accada anche stavolta e sia fatta senza esitare una seria analisi della situazione - insieme alle Regioni, associazioni di volontariato, medici di famiglia e associazioni scientifiche - per istituire un pacchetto di interventi volti al contenimento delle nuove infezioni e contrastare l'insorgere delle complicanze nei portatori di epatite cronica".
Manca l’informazione, anche e forse verrebbe da dire soprattutto tra i più giovani. I dati, sconfortanti, emergono da uno studio pluriennale compiuto dalle S.C.U. di Clinica Ostetrica e Ginecologica e di Igiene Medicina Preventiva dell’IRCCS Burlo Garofolo di Trieste sulla diffusione delle malattie a trasmissione sessuale sui falsi miti che ancora oggi sostengono erronee convinzioni tra gli adolescenti. L’età del primo rapporto si è abbassata notevolmente: dalle dichiarazioni di 1.030 pazienti emerge che il 10% inizia l’attività sessuale prima dei 15 anni e il 55,3% fra i 16/18, un comportamento che crea le premesse per nuove dinamiche nella trasmissione di patologie a carattere sessuale. A conferma di quanto detto ci sono i numeri sulla contraccezione raccolti in questi anni al Burlo: 629 ragazze su 1030 (61 per cento) non usano alcun metodo contraccettivo mentre solo 88 (9 per cento) usano un metodo barriera come preservativo o diaframma, il solo capace di prevenire il contagio con malattie sessualmente trasmissibili. Tra i falsi miti degni di nota diffusi tra giovani in età scolare c'è l’idea che l’infezione più pericolosa, e in alcuni casi l’unica, sia quella dell’HIV e che questa interessi solo chi fa uso di stupefacenti; o che la pillola protegga dal contagio sessuale; e ancora, che l’epatite B e C non abbiano nulla a che vedere con i rapporti sessuali.
A livello mondiale invece la campagna ha come slogan
“Sono io il numero 12?” (
www.aminumber12.org) per incrementare la consapevolezza di un dato quasi sconosciuto: nel mondo, si stima che una persona su 12 ha l’epatite B o l’epatite C ma la maggiore parte non lo sa ancora.
A tal proposito Charles Gore, presidente della World Hepatitis Alliance ha dichiarato: “A differenza di altre malattie, la consapevolezza e conoscenza sull’epatite B e C rimane inspiegabilmente bassa: l’informazione e la prevenzione sono gli unici strumenti a nostra disposizione per ridurre l’enorme e largamente prevenibile tasso di mortalità. L’epatite virale cronica non può più essere ignorata poiché ogni anno causa la morte di 1,5 milioni di persone: intendiamo insistere affinché le epatiti B e C siano inserite nell’agenda delle priorità della sanità globale e, come è già avvenuto per l’HIV/AIDS, la tubercolosi e la malaria, entrino a far parte degli obiettivi del millennio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità”.
Andrea Tomasini