Nan Goldin è una delle maggiori fotografe americane contemporanee.
Le sue opere fanno parte delle più grandi e autorevoli collezioni museali del mondo, le mostre sono eventi di rilievo per ogni gallerista che abbia il coraggio di esporre le sue fotografie senza riserve.
Di coraggio si tratta, perché Nan Goldin è diventata celebre proprio grazie a una serie di scatti, realizzati tra il 1978 e il 1990, in cui l’AIDS rappresenta il denominatore comune.
Nan Goldin ha espresso il senso ultimo della sua ricerca in una coincidenza totale tra arte e vita. La fotografia della Goldin rappresenta uno strumento unico di testimonianza della realtà sociale e culturale underground nordamericana degli anni Ottanta e Novanta, fatta di eccessi e relazioni tumultuose, spesso crudamente registrate come nello scatto Nan one month after being battered (Nan un mese dopo essere stata picchiata,n.d.r.) dove si vede con spietata evidenza il volto tumefatto dell’artista picchiata dal suo compagno.
Sono fotografie dirette, lo stile è quello del fotografo ‘non professionista’, i soggetti sono politicamente scorretti: gay, prostitute, drag queen, interni degradati, letti di ospedale, bare.
Nan Goldin nasce a Washington nel 1952 e sin dalla fine degli anni ’70 è parte attiva della comunità intellettuale di New York e Boston. Frequenta attivamente i circoli letterari della poesia d’avanguardia, comunità queste in cui la diffusione dell’eroina e di ogni altro possibile ingrediente stupefacente è all’ordine del giorno: la promiscuità sessuale è la regola, e il degrado si mescola all’intensità lirica della prosa, dell’arte e della poesia.
Una poetessa in particolar modo, musa e ispiratrice della scena nordamericana, brillante e disinvolta, è Cookie Mueller, amica di Nan Goldin.
“Cookie all’epoca scriveva una recensione mensile per la rivista ‘Details’. Era la star del Lower East Side (Quartiere di Manhattan, n.d.r): una poetessa, autrice di brevi racconti, aveva già recitato nei primi film di John Waters. Era una specie di regina della scena socio-intellettuale di allora”.
A breve la deflagrazione dell’AIDS avrebbe mutato irreversibilmente i costumi sociali, cancellando d’un colpo intere comunità come quelle di Nan e Cookie:
“ Era il luglio 1981. Eravamo a Fire Island e Cookie iniziò a leggere ad alta voce questo articolo dal New York Times in cui si parlava di questa nuova malattia. David (David Armstrong, altro celebre fotografo americano contemporaneo, n.d.r.) ricorda che noi tutti ne ridemmo. Certamente non potevamo immaginare che la malattia avrebbe avuto quell’impatto enorme. Non ci riguardava, non riuscivamo a pensare che quello sarebbe stato il nostro futuro. Poi mi ricordo di un altro articolo, uscito subito dopo il primo, che si riferiva alla malattia come al ‘Cancro dei gay.’ Il nostro primo amico morì nel 1982, era uno degli amanti di David, un fotomodello”.
L’inquietudine comincia a serpeggiare presso la comunità intellettuale di New York, ma l’allarme, per quanto diffuso dai media, non arriva ancora a modificare comportamenti che sembrano essere ormai codificati, come la promiscuità sessuale e le pratiche di scambio delle siringhe tra i tossicodipendenti. Le foto di Nan Goldin rappresentano nel frattempo un autentico documentario della vita dei junkies : con lucidità cronachistica sono inquadrati dal suo obiettivo amanti, etero, gay e lesbo, in atteggiamenti affettuosi, spesso domestici.
“La mia arte è stata il diario della mia vita. Io fotografavo le persone intorno a me, ma non le vedevo come persone che avevano l’AIDS. Nel 1985 finalmente capii che molte delle persone che ruotavano intorno a me erano sieropositive. C’era molta ignoranza. Eravamo ossessionati dalle possibili cause: si diceva di tutto, che l’aids provenisse dal nitrato di amile o perfino dal bacon”.
La vita di Nan Goldin scorre attraverso la malattia contratta dagli amici, e tutta la sua produzione relativa alla decade degli anni Ottanta è concentrata sulla documentazione fotografica del progredire inesorabile dell’epidemia.
Cookie si ammala in quegli anni, e peggiorerà visibilmente intorno al 1988. Anche il marito di Cookie, Vittorio Scarpati, contrae l’Aids. Vittorio morirà il 14 settembre del 1989 a New York. Cookie lo seguirà appena sette settimane più tardi. Nan Goldin realizzerà uno dei suoi portfolios più toccanti : The Cookie Mueller Portfolio, 1975-1990, dove l’amica è vista attraverso una serie di ritratti che segnano le date salienti della sua esistenza: la vita nel Lower East Side, il matrimonio, la morte del marito e la sua morte. L’ultima foto del portfolio è infatti Cookie in her casket (Cookie nella sua bara), una struggente immagine di Cookie Mueller nella bara inghirlandata di fiori. Nello stesso giorno della morte di Cookie, Nan inaugurerà una mostra al New York Artist’s Space intitolata Witnesses: against our vanishing (Testimonianze: contro la nostra sparizione, n.d.r.).
La mostra suscitò non poco clamore a New York: era la prima manifestazione di rilievo che mostrava opere d’arte realizzate da persone malate di AIDS o già morte di AIDS. Divenne un caso nazionale. Il governo ritirò il patrocinio dalla manifestazione a causa di un testo scritto da David Wojnarowicz che stigmatizzava sia il governo, sia la posizione della chiesa cattolica per il loro silenzio sull’AIDS. All’inaugurazione parteciparono 15.000 persone in protesta contro la decisione del governo.
“Da quella manifestazione nacque Visual Aids. Eravamo quelli che indossavano il nastro rosso, da un’idea dell’artista Frank Moore . Eravamo quelli che iniziarono il ‘Day With (out)Art, nel 1989, e da quel giorno per ogni successivo 1 dicembre”.
Dopo la mostra Witnesses, Nan Goldin otterrà anche il supporto di Act Up , anche se non ne sarà mai parte attiva.
Adesso Nan Goldin è un’artista più che affermata e i temi toccati dalle sue opere risentono di un maggiore ottimismo, anche se la scelta dei soggetti ricalca le foto del passato: la vita di coppia e la sessualità, la sacralità e la dissacrazione della vita umana.
“Per la gran parte, il mio lavoro è tuttora concentrato sull’AIDS. Nella mia retrospettiva del 1996 al Whitney Museum di New York c’era un’intera sezione dedicata all’AIDS. E il catalogo della mostra ‘I’ll be your mirror’ (‘Sarò il tuo specchio’, n.d.r.) riporta delle sequenze di foto del mio gallerista di Parigi che è morto di AIDS. Io l’ho fotografato e ho assistito alla sua morte. … Stavo cercando di aggrapparmi alle persone, cercando di fare in modo che non scomparissero senza lasciare una traccia. E uno dei miei ultimi lavori, realizzato alla maniera delle grandi pale d’altare del Rinascimento, è una sorta di polittico intitolato ‘Positive’. Oggi molti dei miei amici sono sieropositivi, e l’opera mostra gente positiva, che vive vite positive. … la mia fotografia, in definitiva, non è riuscita a fare abbastanza. Non ha salvato Cookie. Ma nel tempo, le mie foto, e altre foto di artisti che parlano di AIDS, hanno svolto un ruolo positivo. Tutto questo ha contribuito a dare un volto umano alle statistiche.”
Tiziana D'Acchille